“Se misuriamo il progresso sulla base di ciò che produciamo, finiamo per includere anche attività che possono danneggiare direttamente o indirettamente la qualità della vita. Dovremmo quindi riflettere su come orientare i nostri obiettivi di crescita”. Donato Berardi, direttore del think tank Ref ed esperto di teorie sullo sviluppo sostenibile, ha aiutato Lumsanews a fare chiarezza sull’utilità del Pil come strumento di valutazione del benessere.
Quanto è realistico il disaccoppiamento tra crescita economica, consumi energetici e materie prime?
“Esistono diversi tipi di disaccoppiamento, a seconda dell’impatto ambientale considerato. In Europa, negli ultimi vent’anni, abbiamo migliorato l’efficienza e ridotto le emissioni, anche attraverso strumenti come il mercato dei permessi di emissione. Ma l’efficienza da sola potrebbe non bastare: la domanda di energia continua a crescere, anche per effetto dell’intelligenza artificiale e dei data center. E le materie prime critiche possono diventare un vincolo per semiconduttori e transizione energetica”.
La tecnologia può essere la soluzione?
“Sarà fondamentale, ma non può essere l’unica risposta. Io mi sento un illuminista, credo molto che la scienza possa aiutare, però non è una scienza che può prescindere dal pensiero critico: ci dobbiamo mettere un po’ del nostro. Dobbiamo cambiare anche i comportamenti di consumo e i metodi di produzione”.
Come si concilia questo con lo sviluppo dei Paesi più poveri?
“I Paesi occidentali hanno seguito un percorso di sviluppo basato sull’aumento dei redditi e dei consumi. Avendo fatto questo percorso, non possiamo privare gli altri Paesi della possibilità di svilupparsi. Dobbiamo però individuare quei sacrifici che per noi hanno un costo relativamente basso. Guardiamo nei nostri armadi: abbiamo vestiti sufficienti per le prossime quattro generazioni. Questo dovrebbe farci riflettere sul senso dell’ennesimo acquisto. Se cambiamo i nostri comportamenti, implicitamente obblighiamo anche gli altri Paesi a riaggiustare i loro modi di produzione. Non basta dire che è colpa dei cinesi: anche con i nostri consumi attiviamo la loro produzione e le loro emissioni”.
La decrescita è inevitabile?
“Dipende da cosa intendiamo per crescita e da cosa misuriamo. Se misuriamo la crescita attraverso il Pil, nel Pil ci sono anche le guerre che fanno crescere il Pil, ma non è una grande consolazione. Non è detto, peraltro, che il Pil debba necessariamente fare un passo indietro. Il problema è misurare meglio le esternalità negative e la qualità della vita. Forse abbiamo un problema nel modo in cui misuriamo le cose per le quali vale la pena produrre, impegnarsi, lavorare e avere delle idee”.
Il Pil va quindi superato?
“Da tempo esiste una letteratura sul problema di misurare il progresso andando oltre il Pil. Una strada concreta è partire dalle imprese, attraverso la rendicontazione di sostenibilità: accanto ai dati economici si possono misurare gli impatti ambientali e sociali. È un modo per rendere consapevoli gli operatori economici”.
Perché la sostenibilità è diventata un tema ideologico?
“È un errore aver trasformato la sostenibilità in un tema di destra o di sinistra, come se da una parte ci fosse la difesa dell’ambiente e dall’altra quella del tenore di vita. Dovrebbe essere un pezzo stabile del nostro patrimonio: di come consumiamo, di come produciamo e di come vogliamo lasciare il pianeta alle prossime generazioni. Invece è diventata un tema di dibattito politico”.
Come si costruisce il consenso sulla transizione?
“Tutto sta nel riuscire a tradurre il principio di dove vogliamo arrivare – questa è la politica – con la capacità di costruire il consenso, attraverso misure accettabili e sostenibili. La sostenibilità dovrebbe essere un tema bipartisan. La democrazia è più lenta nel prendere decisioni, ma ha la possibilità di correggere gli errori. La democrazia mi sembra sempre una buona garanzia: ci mettiamo di più, però forse ci arriviamo”.


