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HomeEsteri Il generale Risi: “Tempi più brevi per produrre armi. La Nato si sta preparando”

“Bisogna ridurre i tempi
di produzione delle armi
La Nato si sta preparando”

L’analisi del generale Risi

“La nomina di Fedorov? Un messaggio"

di Greta Giglio07 Settembre 2026
07 Settembre 2026

Michele Risi, direttore della difesa, dell’innovazione e della formazione di Safe

Michele Risi in oltre 40 anni di carriera da generale dell’esercito italiano ha partecipato a missioni Nato e Onu. Oggi è direttore della difesa, dell’innovazione e della formazione della fondazione Safe. A Lumsanews analizza come il sistema di difesa militare occidentale sta cambiando, influenzato dalla guerra in Ucraina.

Che conseguenze ha avuto l’invasione russa dell’Ucraina sui sistemi di difesa in Italia e in Europa?
“Ci ha fatto vedere che il modo con cui noi sviluppiamo sistemi d’arma — combinazioni di armi e apparati tecnologici, piattaforme, software — è obsoleto. Prima di avere a disposizione un equipaggiamento passa una trafila che dura anni e le tecnologie vengono sviluppate in laboratori lontani dai militari. È necessario affiancare chi ha esigenze operative e chi sviluppa sistemi d’arma, e pochissime industrie lo sanno fare in Italia e in Europa”.

Come si inserisce in questo discorso la nomina di Fedorov da parte del ministro della Difesa a consulente?
“L’ex ministro ucraino Mykhailo Fedorov ha creato Brave1, un progetto che ha accelerato il processo di produzione dei sistemi d’arma: gli innovatori del campo propongono tecnologie aeree, terrestri, di intelligenza artificiale, di sistemi di comando e controllo testate poi direttamente sul campo dai militari. Questi danno un feedback al tecnologo che modifica la tecnologia destinata a essere acquistata direttamente. In questo modo si supera tutta la prassi burocratica che invece abbiamo noi”.

La nomina di Fedorov è stata solo tecnica o anche politica?
“Anche politica, assolutamente. Perché il ministro Crosetto non ha scelto solo un esperto di droni, ma un innovatore. L’Unione Europea stessa sta cercando di ricreare il sistema di Brave1 e sta facendo molto, per esempio lo stanziamento di 8 miliardi per il Fondo europeo per la difesa e i progetti dedicati alle strategie di difesa digitali. Pensiamo anche alla Pesco, l’iniziativa europea che dal 2017 impegna i Paesi membri nell’investimento e nello sviluppo congiunto di capacità militari”.

Eppure nessun cittadino europeo immagina un attacco sul proprio territorio.
“Certo, ma è una percezione sbagliata. Se parliamo con un finlandese o un polaco, che sono europei come noi, non hanno la stessa percezione”.

C’è una concreta possibilità che l’Unione europea passi da un piano teorico a uno concreto? 
“Il pilastro fondamentale su cui si regge la difesa dell’Unione europea è la Nato, che è già passata a un piano concreto con il Crisis response system: oggi siamo in una situazione di crisi permanente e la postura della Nato tiene già conto di situazioni e di risposte pronte come esercitazioni, schieramento di truppe, attività diplomatiche. Anche senza una guerra dichiarata, la Nato svolge attività di deterrenza”.

E la deterrenza funziona?
“Nei confronti della Russia sì, perché non ha invaso ancora nessun paese della Nato. Le incursioni di droni e gli altri episodi sono tutte prove che la Russia fa per vedere quanto noi siamo pronti. Per la Russia sarebbe molto facile prendere la Lituania, ma non lo fa perché è protetta dalla Nato, cioè da un’alleanza politico-militare. A rendere credibile l’azione degli ambasciatori del Consiglio atlantico è la struttura militare. E se la Russia non ha attaccato la Nato è perché sa che gli Stati Uniti non verrebbero meno al Patto atlantico, pur nell’attuale situazione di grave ostilità tra Usa ed Europa”.

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