NAPOLI – Un cuore “duro come una pietra”, estratto quando il nuovo organo non era ancora arrivato. E in sala operatoria la frase che gela tutti: “Non farà un battito”. È da qui che i verbali della Procura di Napoli ricostruiscono la tragedia di Domenico Caliendo, il bimbo di due anni morto dopo il trapianto di un cuore giunto danneggiato al Monaldi.
La catena di errori in sala operatoria
Secondo l’atto, l’espianto del cuore malato sarebbe stato eseguito alle 14.18, ma alle 14.22 il cuore del donatore non era ancora in sala operatoria. Un tecnico avrebbe fatto notare al cardiochirurgo, che aveva espiantato il cuore del bambino malato, che il clampaggio – il posizionamento di una pinza su un vaso sanguigno – era avvenuto quando “il cuore era fuori dall’ospedale”. Un calcio a un termosifone, accompagnato da parole offensive con “tono minaccioso” rivolte al personale sanitario. Questa sarebbe stata la reazione violenta secondo le informazioni emerse dalle testimonianze.
La testimonianza degli infermieri: “Il cuore è una pietra”
La situazione è apparsa subito compromessa sin dall’apertura del box. “Provammo a scongelare il cuore con acqua fredda, poi tiepida, infine calda”, hanno raccontato tre infermieri ai pm. L’organo, hanno detto, era “una pietra durissima”. Un blocco di ghiaccio a tutti gli effetti. Nonostante i tentativi disperati di recuperarlo, il cardiochirurgo, Guido Oppido, avrebbe deciso di procedere comunque con l’impianto, ritenendo la scelta inevitabile “per assenza di alternative”. In quel momento avrebbe ipotizzato l’esito negativo del trapianto.
L’infermiere di Bolzano: “Ho eseguito le direttive”
Anche il trasporto del cuore da Bolzano è finito sotto la lente degli inquirenti. “Ho eseguito le direttive dell’equipe di Napoli. Ho mostrato il ghiaccio alla chirurga e ha detto che andava bene”, ha riferito l’infermiere incaricato di versare il ghiaccio secco nel box. Proprio il fatto che fosse secco potrebbe aver compromesso l’organo durante il viaggio.
Le indagini sull’equipe napoletana
Le indagini svolte finora non individuerebbero responsabilità a Bolzano nella vicenda, ma restano da chiarire le falle nelle comunicazioni tra le equipe e le criticità emerse durante il prelievo, tra cui un drenaggio insufficiente corretto dal team di Innsbruck. L’equipe austriaca, presente nella sala operatoria del Monaldi, avrebbe riferito, inoltre, che i medici dell’ospedale napoletano non sapevano l’inglese. I carabinieri hanno simulato le operazioni per ricostruire ogni passaggio del 23 dicembre scorso.


