La carne coltivata è una delle innovazioni più discusse nella ricerca di un sistema alimentare diverso. Un settore ancora lontano dalla produzione su larga scala, ma che punta a ripensare il modo in cui la carne viene prodotta e consumata. A occuparsene in Italia c’è anche la Bruno Cell, società fondata nel 2019 da Stefano Lattanzi.
Ma quanto può essere realmente sostenibile questa tecnologia? E quali ostacoli restano prima di arrivare a una produzione competitiva?
Stefano Lattanzi, partiamo dalle origini: che cos’è Bruno Cell e come nasce?
“Bruno Cell è stata fondata nel 2019 e si occupa di questa nuova frontiera rappresentata dalla carne colturale, o carne coltivata.
La società nasce da una mia iniziativa personale. Ero rimasto folgorato da questa idea, soprattutto dopo aver partecipato, nel 2017, a una conferenza a Maastricht dedicata al tema. Ho immaginato che sarebbe diventata una tendenza molto interessante, non tanto dal punto di vista dell’investimento, quanto come possibile soluzione etica ed ecologica.
Bruno Cell nasce principalmente con l’obiettivo di favorire il trasferimento tecnologico: individuare le migliori soluzioni già sviluppate dai laboratori accademici italiani e accompagnarle verso un’applicazione maggiormente commerciale nel campo della produzione alimentare”.
Perché la carne coltivata dovrebbe essere più sostenibile rispetto a quella tradizionale?
“Si ritiene che la carne coltivata, una volta completato il processo di ricerca e sviluppo e definito un modello produttivo efficiente, possa essere più sostenibile perché consumerà meno suolo e meno acqua. Probabilmente richiederà anche meno energia, sebbene su quest’ultimo aspetto esistano ancora valutazioni differenti e dati non del tutto chiari”.
Quindi, sul consumo energetico, non ci sono ancora certezze?
“È ancora troppo presto per stabilire con esattezza quale sarà il consumo energetico complessivo del processo. In linea generale, tuttavia, si stima che vi saranno benefici ecologici sotto diversi punti di vista, compresa la riduzione delle emissioni di gas serra.
Un esempio evidente è rappresentato dagli allevamenti bovini, che producono grandi quantità di metano. Qualora la carne coltivata arrivasse a sostituire completamente quella tradizionale — uno scenario che, al momento, non consideriamo né plausibile né probabile, soprattutto nel breve periodo — si avrebbe anche una diminuzione delle emissioni di gas serra nell’atmosfera”.
Ma qual è l’aspetto che l’ha convinta maggiormente di questa tecnologia?
“Il punto principale, e anche quello che mi ha maggiormente appassionato, è però un altro: la carne coltivata consentirebbe di continuare a mangiare carne e di conservarne il gusto.
Potremmo quindi consumare carne senza le questioni etiche legate all’allevamento degli animali e, soprattutto, al loro sacrificio e alla loro macellazione”.
Qual è attualmente il principale ostacolo alla diffusione di questi prodotti?
“In questo momento la tecnologia non è ancora sufficientemente matura per consentire una produzione su larga scala.
Negli anni passati si è pensato che lo fosse, anche perché molte società americane e imprese provenienti da diverse parti del mondo hanno contribuito ad alimentare quell’eccesso di aspettative che normalmente si crea intorno alle innovazioni particolarmente dirompenti, come la carne coltivata”.
Perché è così difficile arrivare a una produzione su larga scala?
“Si tratta di processi di coltura cellulare molto complessi e costosi, anche nella fase sperimentale.
Serviranno ancora alcuni anni prima di raggiungere l’obiettivo di competere con la carne tradizionale, sia dal punto di vista del prezzo sia da quello della resa produttiva”.
Secondo lei, una volta che questo prodotto arriverà finalmente sugli scaffali dei supermercati, la persona comune sarà pronta ad acquistarlo?
“Ci sono sondaggi e studi che sono stati fatti nel corso degli anni e che indagano l’attitudine del consumatore. In tanti esempi è stata manifestata la volontà di almeno assaggiare questo alimento.
Poi, chiaramente, il consumo dipenderà da una serie di fattori, come il prezzo, la qualità e così via”.
Lei l’ha provata?
“Non l’ho mai fatto. Non perché non volessi, ma perché la possibilità di farlo è molto ristretta. Inoltre, non essendoci l’autorizzazione dell’autorità europea, è di fatto proibito mangiare un alimento del genere nel nostro Paese”.


