ROMA – Una serie di viaggi in Messico alla ricerca di una cura. È anche da qui che partono le verifiche degli investigatori sulla tragedia di Pietralata, dove Luca Abbasciano, Valentina Pambianco e la figlia Bianca sono stati trovati morti nella loro abitazione. I due coniugi, nel tentativo di migliorare le condizioni della bambina di cinque anni, affetta dalla nascita da una grave forma di paralisi cerebrale, l’avevano portata più volte in una clinica di Monterrey per sottoporla a costosi trattamenti con il Cytotron e a terapie con cellule staminali. Ora i carabinieri della compagnia Montesacro vogliono capire se il costo delle cure, i viaggi e gli eventuali debiti accumulati abbiano contribuito alla disperazione della coppia e possano aver avuto un ruolo nel gesto estremo: prima la morte della bambina e del cane di famiglia, poi il suicidio dei due genitori.
“Da soli non ce la facciamo più”
Tra i messaggi lasciati dalla coppia c’è una frase che ora assume un peso particolare: “Da soli non ce la facciamo più”. Gli investigatori devono stabilire a cosa si riferisse esattamente. La vita della famiglia era da anni organizzata intorno alle condizioni di Bianca, affetta dalla nascita da una grave forma di paralisi cerebrale. Valentina aveva lasciato il lavoro per occuparsi della figlia, mentre Luca lavorava come tecnico informatico ed era l’unico percettore di reddito.
Il viaggio in Messico per le cure
Nel tentativo di trovare una soluzione, la famiglia si era rivolta a una clinica di Monterrey, dove Bianca era stata sottoposta a trattamenti con il Cytotron e a cicli di staminali. Il dispositivo utilizza radiofrequenze e campi elettromagnetici e viene proposto dalla struttura per alcune patologie neurologiche. Il trattamento non è autorizzato in Italia e la sua efficacia è oggetto di discussione nella comunità scientifica. Un ciclo di Cytotron dura circa un mese e costa decine di migliaia di dollari, a cui si aggiungono viaggio e permanenza.
Tre viaggi e conti sotto esame
La famiglia è andata in Messico almeno tre volte. Secondo le ricostruzioni, ciascun viaggio avrebbe comportato una spesa nell’ordine dei 45-50 mila euro, considerando anche i trattamenti. Gli investigatori stanno ora verificando i movimenti bancari della coppia per capire come siano state sostenute queste spese e se, nel tempo, siano stati accumulati debiti difficili da gestire. Al momento non è però accertato che una situazione di indebitamento abbia avuto un ruolo nella tragedia.
Il medico: “Avremmo trovato una soluzione”
Roberto Trujillo, il medico della clinica messicana che aveva seguito Bianca, ha detto di ricordare la bambina e i suoi genitori. “Sono profondamente addolorato”, ha dichiarato, spiegando di non essere stato a conoscenza delle loro eventuali difficoltà economiche. “Se avessi saputo dei loro problemi economici, avremmo trovato insieme un modo per affrontare i costi della terapia”. Le sue parole sono ora tra gli elementi che accompagnano le verifiche sui rapporti tra la famiglia e la struttura.
La rete delle famiglie
Il percorso verso il Messico non sarebbe stato isolato. Luca e Valentina erano entrati in contatto con altri genitori di bambini con gravi patologie, condividendo informazioni sui trattamenti e sulle possibilità offerte dalla clinica. Un’amica di Valentina, che aveva accompagnato a sua volta la figlia in Messico, ha però escluso che la coppia le avesse mai parlato di difficoltà economiche: “Non ne hanno mai parlato e per andare in Messico, a differenza di noi e di altre famiglie, non facevano raccolte fondi”.
È un elemento che aggiunge un altro punto interrogativo all’indagine. Chi ha conosciuto la famiglia racconta di genitori disposti a fare tutto il possibile per Bianca. Gli investigatori devono ora capire se dietro quella ricerca di una cura ci fossero anche difficoltà finanziarie, eventuali debiti o altri problemi rimasti nascosti. I conti della coppia, insieme ai messaggi e alle lettere, serviranno a ricostruire gli ultimi passaggi di una storia sulla quale restano ancora domande aperte.


