"Volevo verità non vendetta"Vincenzo Agostino e i dubbisul vero ruolo di Riina

Parla il padre dell'agente ucciso intervistato da Lumsanews

Oggi, con la morte di Totò Riina, ci si torna ad interrogare sui grandi misteri su cui da anni in molti si stanno interrogando. Qual è il vero rapporto tra Stato e mafia? Chi sono oggi i veri mafiosi? Molte le domande che con la morte del capo dei capi rimarranno irrisolte.

Vincenzo Agostino, padre di Antonino Agostino, una delle tantissime vittime di mafia ucciso il 5 agosto del 1989, commenta con LumsaNews la notizia della morte di Totò Riina.

Suo figlio è una delle moltissime vittime di mafia, che cosa prova oggi dopo la notizia della morte di Totò Riina?

Oggi, dopo la notizia della morte di questo individuo, io non provo nulla perché io non ho mai chiesto vendetta contro nessuno. Ho solamente domandato chiarezza e verità. Totò Riina non era capo dei capi, Riina era una pedina che usavano come braccio armato. Oggi voi giovani dovete scoprire chi sono i veri mafiosi. I mafiosi Giovanni Falcone li aveva individuati. Nel 1989 aveva detto che sono i colletti bianchi e lo sono ancora oggi. I colletti bianchi che sappiamo benissimo tutti che sono macchiati di sangue, ma che ancora sono impuniti.

Se gli investigatori, nel 1989, avessero letto bene tutta la documentazione che aveva mio figlio nel suo armadio avrebbero evitato altri stragi. Ma questo non è successo perché a queste persone non conveniva farlo. Non conveniva rendere note quella verità che mio figlio aveva scoperto anni fa. Non capisco il motivo.

Non capisco molte cose. Ad esempio non capisco perché gli investigatori non siano riusciti ad interrogare in tempo – dato che ora è morto –  Giovanni Aiello, da me riconosciuto come l’uccisore di mio figlio. Io ho identificato “faccia da mostro” (così l’hanno chiamato alcuni pentiti ndr) nell’aula bunker di Palermo il 26 febbraio del 2016. Siamo nel 2017, in questi 19 mesi nessuno ha potuto interrogare questo individuo. Ci vogliono 19 mesi per fare un interrogatorio? E la procura che fa? Quindi anche alcune procure sono colluse con questi colletti bianchi, molte procure sono manovrate dai colletti bianchi. Quando un magistrato mi dice: “Noi più in alto di così non possiamo arrivare”. Cosa posso cercare più io? Non la potrò avere mai questa verità.

Un altro esempio è il caso di Matteo Messina Denaro che da 24 anni è latitante. La verità è che non lo vogliono prendere perché oggi con la tecnologia che c’è già sanno, ad esempio, dove mi trovo io in questo momento mentre sto parlando con il cellulare. Quindi cosa mi vogliono fare credere? Che Messina Denaro è latitante? Ma che la smettano.

Cosa cambierà ora dopo la morte di Riina?

Dopo la morte di Riina non cambierà molto perché come dicevo lui era una pedina. I colletti bianchi si trovano già nei “posti giusti”, nei posti di comando e lavorano tranquillamente.  Questo è dimostrato dal fatto che gli appalti si fanno lo stesso, la tangente si paga lo stesso. Non si paga più a Riina, ma a qualcun altro. Le persone devono capire che, oggi, la mafia non è più la mafia rurale, non è più la mafia di Ricky Barone. Oggi la mafia è politica. È la politica la vera mafia. Sono loro quelli che fanno le leggi come le vogliono fare. Sono loro i veri mafiosi. Quindi con la morte di Riina è morto solo l’ultimo garzone, ma i cervelloni sono al potere.

Con Riina se ne vanno molti segreti. Secondo lei è credibile la tesi di una trattativa tra Stato e mafia?

La logica ci porta a pensare di sì.

Luisa Urbani

Nasce a San Benedetto del Tronto il 21 agosto del 1990. Conseguita la maturità scientifica si laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Macerata elaborando una tesi in diritto internazionale. Negli anni della laurea collabora con testate giornalistiche on line e come portavoce di personaggi politici locali.